In maggio, il « Food Price Index » dell’ONU è aumentato del 39,7 % rispetto al valore del 2020. Come reso noto dalla FAO giovedi’ scorso, cio’ dipende anzitutto dall’aumento dei prezzi degli olî vegetali, dello zucchero e dei cereali. Anche i prezzi di Borsa per caffé e latte sono molto aumentati. Mentre il prezzo del grano è aumentato del 16% dall’inizio del 2019, quello del mais è rincarato del 60%. Secondo il Financial Times di giovedi’, le cause sono, fra l’altro, la forte richiesta della Cina, l’aumento dell’accaparramento di cereali da parte dei governi all’inizio della pandemia, la siccità e il cattivo raccolto conseguente in Brasile, che esporta soprattutto mais e soja. La pandemia ha anche provocato difficoltà persistenti delle catene di forniture internazionali, come dimostra il blocco del Canale di Suez da parte del cargo « Ever Given ».

La richiesta di cargo per il trasporto di materie prime, greggio e prodotti agricoli è attualmente al livello più alto da un decennio. Anche i noli delle tre più grandi classi di navi del mondo hanno raggiunto un massimo, secondo il Baltic Dry Index (BDI). Un aumento del BDI è considerato un segnale per un incremento del commercio mondiale, perché sono richiesti più prodotti alla rinfusa e materie prime necessari come base per la produzione. Il Financial Times del 10 maggio cita, oltre all’aumento cinese di minerali di ferro, le enormi esportazioni di cereali USA e i litigi commerciali fra l’Australia e gli USA come ulteriori cause delle attuali difficoltà sul mercato navale.

Anche se molte banche interpretano gli attuali aumenti dei prezzi dei trasporti e delle materie prime come un segnale di crescita e speculano su un prossimo superciclo, non è ancora chiaro quanto siano fondate le previsioni sulle capacità dell’aumento della richiesta all’esterno della Cina, motore del commercio mondiale durante e dopo la crisi finanziaria del 2007. L’aumento della domanda di Pekino potrebbe essere questa volta di corta durata, dato che la Cina concede con più prudenza crediti e spende meno per le proprie infrastrutture. L’aumento dei prezzi, più che in Occidente, è percepibile nei paese più poveri del sud, dipendenti in gran parte dalle importazioni. Secondo dati della Banca Mondiale, dall’inizio della pandemia il numero delle persone in condizioni di grande povertà nel sud globale è aumentato di 90 milioni.

Secondo il Financial Times, in Africa e in Asia sud-orientale l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è del 12% e in Sudamerica perfino del 21%. I prezzi degli alimenti base in Africa occidentale sarebbero aumentati del 40% e in Nigeria del 23%. L’ONU riferisce che in alcune zone dell’Africa occidentale, devastate, oltre che dalla pandemia, da conflitti armati, i prezzi degli alimentari sono aumentati di oltre il 200%. Una catastrofe. Anche in Occidente le cifre, in aumento, sono preoccupanti. Come riferisce Bloomberg il 1° marzo, l’Ong inglese Trussell Trust ha distribuito per sei mesi, dopo l’esplosione della pandemia, 2.600 pacchi alimentari al giorno ai bambini, mentre l’Ong Feeding America prevede che negli USA l’insicurezza alimentare riguarderà 42 milioni di persone. Secondo il programma alimentare mondiale dell’ONU, il numero di persone colpite da insicurezza alimentare sono passate nel mondo dai 150 milioni dell’inizio della pandemia agli oltre 272 milioni della fine del 2020…

Giustiniano

9 giugno 2021

 

 

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